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3'500 chilometri a piedi negli Stati Uniti, la storia di Marco Stopper

Tra i buoni propositi del 2021, molte persone hanno inserito la voce: «tornare a viaggiare». In attesa di poter di nuovo fare le valigie, vi raccontiamo la storia di Marco Stopper, che nel 2019, a 44 anni, ha deciso di lasciare il lavoro, partire per un lungo viaggio negli Stati Uniti e percorrere l’impegnativo Appalachian Trail. Una traversata sulle montagne americane di ben 3’500 chilometri, 141’427 metri di dislivello e una durata totale di oltre 5 mesi. Marco Stopper nella sua carriera professionale si è occupato per molti anni di sport, prima lavorando per l’Ufficio federale dello sport e oggi come responsabile marketing della New Rock, realtà locale attiva nel settore dell’alpinismo. Dopo aver attraversato a piedi ben 14 Stati, gli abbiamo fatto qualche domanda su questa stimolante avventura, i motivi che lo hanno spinto a partire, le sue emozioni ed anche alcuni consigli per aspiranti escursionisti.

21 gennaio 2021
travel, backpacker, viaggi, diritti umani, progetti umanitari, calcutta, india, giornalismo, reporter

Che cosa l’ha spinta a intraprendere la grande sfida dell’Appalachian Trail?
Tutto è partito nel 2016, quando per la prima volta, durante un mio viaggio negli Stati Uniti, mi sono avvicinato a questa disciplina sportiva. In quell’occasione ho percorso il «John Muir Trail», una tratta del noto «Pacific Crest Trail», di circa 350 chilometri. Durante questa esperienza ho conosciuto molti «thru-hiker» – termine con il quale si identificano gli escursionisti che camminano nella loro completezza lunghi percorsi in montagna – e ho mantenuto i contatti con loro al mio rientro. Questo ha influito positivamente sulla mia scelta di partire. Mi è sempre piaciuto camminare in montagna, ma quell’esperienza mi ha particolarmente appassionato, ed è proprio lì che è nato il desiderio di realizzare un progetto tutto mio. Il suo viaggio a piedi in alta quota l’ha portata a trascorrere molto tempo in solitaria. 


Che cosa si porta dietro di questa esperienza «zaino in spalla»?

Credo che quando si affrontano viaggi di questo tipo non si sia mai realmente soli, le persone che incontri lungo il cammino ti sono sempre amiche ed anche i residenti sono molto ospitali. Anzi, è addirittura usanza che nel corso del viaggio ti venga assegnato un soprannome, il mio ad esempio era «il fischiettatore», proprio perché mi sentivano arrivare da lontano fischiettando. Questa esperienza mi ha arricchito nello spirito, ho imparato a dare maggiore valore alla natura e alle persone. Faccio più attività fisica e ho ridotto gli acquisti di beni materiali, uno stile di vita più consapevole e minimalista. 

Che cosa non deve mai mancare nello zaino di un escursionista? 
È difficile rispondere, sicuramente c’è la tendenza a partire con troppo materiale e ci si rende conto di questo aspetto solo quando ormai si è con lo zaino in spalla. Tre accessori ai quali non rinuncerei mai sono: un abbigliamento caldo che ripari dal vento e dalla pioggia, una cartina per orientarsi (non solo sul telefono) e un piccolo kit pronto soccorso per eventuali medicazioni o riparazioni dell’attrezzatura. 

Come ci si prepara per un viaggio di questo tipo?
Credo che ci siano 3 fasi ben definite: preparazione organizzativa, fisica e mentale. La prima è riuscire a organizzarsi nella propria vita: il lavoro, l’affitto dell’appartamento, una persona di riferimento per eventuali necessità e altri aspetti di natura amministrativa. Anche la pianificazione del viaggio rientra in questa area. Per preparazione fisica si intende la necessità di provare a replicare in piccolo un’esperienza simile a quella pianificata e cominciare a prendere dimestichezza, ad ascoltare il proprio corpo. Camminare tante ore con un grosso peso in spalla può risultare difficile inizialmente. Si ha così inoltre l’occasione di provare l’attrezzatura e capire cosa manca e cosa invece è superfluo. La preparazione mentale è un altro aspetto importante, trovarsi molte ore in solitaria è chiaramente un’esperienza estremamente diversa dal solito. Ciò che può aiutare, è darsi dei piccoli obiettivi giornalieri e gioire quando si raggiungono. 

A chi è adatta un’avventura di questo tipo?
Il bello di questa disciplina è che è adatta a tutti, si presta sia ai giovani sia a chi è un po’ più in là con gli anni. Durante il mio viaggio ho incontrato sia gruppi di ragazzi di 16 anni come anche persone anziane, persino un simpatico signore di 86 anni! Credo che la sfida più grande sia quella dell’organizzazione del tempo e delle risorse: da giovani studiamo per costruirci un futuro e poco dopo subentrano altri obiettivi come la crescita professionale e la famiglia, e talvolta si aspetta la pensione per realizzare un sogno o un viaggio. Io stesso ho maturato questa idea nel 2016 ma sono partito solo nel 2019, a dimostrazione che con una buona dose di volontà e organizzazione, tutto è possibile!

Che consiglio darebbe a chi volesse provare un’esperienza di questo tipo ma si sente «frenato» da dubbi e paure?
Il mio consiglio è quello di confrontarsi con altri viaggiatori e lasciarsi ispirare dalle loro storie; il secondo suggerimento è quello di iniziare per gradi, magari aggregandosi a qualcuno più esperto per le prime uscite. Partire con dei percorsi facili e progressivamente passare a sentieri più impegnativi. Quello che vi assicuro è che, qualsiasi età abbiate, sarà un’esperienza che vi ricorderete per sempre. 

Esiste una piattaforma o comunità online dove è possibile scoprire nuovi percorsi e confrontarsi con altri viaggiatori? 
Oggi, grazie alle tecnologie abbiamo accesso in pochi clic a infinite possibilità. Su Facebook è possibile accedere a «gruppi» interamente dedicati a viaggi specifici e poter così: dialogare, informarsi, stringere nuove amicizie. È inoltre un ottimo modo per trovare dei compagni di camminate, di viaggio e conoscere persone con interessi affini ai nostri.

Da alcuni mesi lavora per una realtà locale che offre prodotti specifici per l’alpinismo. Con l’avvento della pandemia ha riscontrato una crescita in questo settore?
La pandemia, oltre ai problemi che tutti conosciamo, ha portato molte persone alla riscoperta del nostro territorio e alla pratica di attività fisica all’aperto. Nella nostra sede, a partire dalla prima ondata pandemica, abbiamo avuto a lungo molti prodotti esauriti e una crescita netta in termini di vendite. Camminando regolarmente sui sentieri che il nostro territorio offre, incontro molti più ragazzi con zaino in spalla rispetto a prima e questo non può che farmi piacere. 

La pandemia ha rivoluzionato l'approccio al lavoro di molte aziende, crede che questa veloce digitalizzazione porterà le persone al «nomadismo digitale», lavorare viaggiando?
Credo che in Svizzera, in generale, si sia ancora un po’ restii in questo senso, è sufficiente notare quanti professionisti – nonostante la pandemia – lavorino ancora dall’ufficio. I benefici del lavoro da remoto sono molti, è un sistema sostenibile a livello ambientale che permette inoltre una maggiore flessibilità nell’organizzazione delle proprie mansioni. Io sono un sostenitore di questo sistema, ho svolto per 9 anni progetti in remoto quando lavoravo per l’Ufficio federale dello sport e devo dire che siamo sempre riusciti a coordinarci in maniera ottimale. È naturale che alla base debba esserci un buon rapporto di fiducia tra le parti. Forse, per capire maggiormente i vantaggi di questo sistema, bisognerebbe impostare la strategia meno sulle ore di lavoro e più sugli obiettivi, sui progetti. Credo che grazie alle tecnologie abbiamo tra le mani un grande potenziale, vediamo come questo abbia portato alla nascita di nuove professioni, pensiamo ai «blogger», agli «youtuber», agli «influencer», avventurieri che condividono in rete le loro esperienze, raccontandole con questi nuovi strumenti e suscitando l’interesse di molte persone. 

Quale sarà la meta – pandemia permettendo – del suo prossimo viaggio?
A breve termine vorrei scoprire in lungo e in largo i sentieri sulle nostre alpi, organizzando uscite di 5–6 giorni, mentre la prossima estate mi piacerebbe percorrere il «Tour du Mont-Blanc» (circa 10 giorni) e il «GR20» in Corsica (circa 16 giorni). Negli anni avvenire invece è mio obiettivo completare il «Triple Crown» dei grandi sentieri degli Stati Uniti, percorrendo dapprima il «Pacific Crest Trail» entro i miei 50 anni e concludendo infine con l’impegnativo «Continental Divide Trail».


Samsara, reportage, Eleonora Bianchi
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