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Pronta per Berkeley con Calcutta nel cuore

In questa edizione vi portiamo nuovamente in terre straniere, questa volta con il racconto di Eleonora Bianchi, 26enne del Luganese con una grande passione per i viaggi e il giornalismo. Una passione, quest’ultima, che ha maturato mentre frequentava il Bachelor in Diritti Umani (laurea triennale) presso l’Università di Padova, percorso accademico che l’ha portata a viaggiare molto e a documentare esperienze significative in zone di guerra, presso le quali si trovava come impiegata volontaria per progetti umanitari. A partire da febbraio 2021, Eleonora partirà per la California per frequentare il Master di giornalismo alla Berkeley University - tra gli atenei più prestigiosi al mondo – cominciato lo scorso settembre in remoto a causa del Covid-19. Prima di lasciarvi alla penna di Eleonora e al suo reportage di Calcutta, in India (sulla pagina a lato), le abbiamo fatto qualche domanda sulle sue esperienze in campo sociale e sui suoi progetti futuri.

02 novembre 2020
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Nel corso del suo percorso di studi in diritti umani ha intrapreso molteplici viaggi di volontariato per progetti umanitari in India, Iraq, Siria e Tanzania. Che cosa l’ha spinta a partire e di che cosa si è occupata?
Tutto è cominciato a 18 anni, il mio sogno in quel periodo era quello di intraprendere una carriera nell’ambito della cooperazione internazionale. Un obiettivo che ho poi rielaborato maturando per dare voce a un’altra passione, quella per il giornalismo. È comunque rimasta invariata la voglia di lasciare un contributo positivo al prossimo, sentimento che mi ha spinta a partire per questi viaggi di natura sociale, ancor prima di intraprendere il percorso accademico in diritti umani. Le mie funzioni durante questi progetti umanitari sono state molteplici, penso ad esempio alla raccolta fondi - creata in collaborazione a un’altra volontaria - per dare sostegno alle persone durante il periodo di guerra in Siria o all’esperienza in India, dove mi occupavo insieme ad altri volontari, di fornire assistenza medica di base, accoglienza e supporto morale ad anziani e malati terminali. In Iraq ho fornito il mio aiuto in un campo profughi mentre in Tanzania ero in team con alcuni operai per i lavori di costruzione di una scuola.

Viaggiando ha conosciuto culture e tradizioni diverse, nazioni in conflitto e con importanti problemi politici. Che cosa l’ha colpita maggiormente delle realtà che ha incontrato? Che cosa si porta dietro di queste esperienze?
Ci sono molti aspetti che mi hanno colpita positivamente, anche se ce n’è uno che ho particolarmente apprezzato: l’accoglienza. Dal Guatemala fino all’Iran ho sempre incontrato persone gentili e premurose, ed essendo donna e spesso anche viaggiatrice solitaria, è stato umanamente appagante. Un episodio che mi ha invece scosso, l’ho vissuto mentre mi trovavo in Siria. In quel periodo la nazione era sotto attacco, di giorno come anche di notte, sentivo il frastuono dei bombardamenti. Ricordo ancora quando, mentre stavamo cambiando la valuta dei soldi delle donazioni, un ordigno è esploso a una manciata di metri da me. Osservando il comportamento delle persone ho imparato a gestire quei momenti di tensione. Pensavo tra me e me «se loro stanno vivendo quella situazione difficile da anni, posso riuscirci anche io per 2 settimane». Penso che in questi paesi, nonostante le difficoltà, l’essere umano riesca a tirare fuori il meglio di sé. Mi ha colpito la tenacia e voglia di ripartire delle persone. Progetti che mi hanno arricchita interiormente e che hanno ampliato il mio interesse verso il giornalismo investigativo e di guerra; luoghi dove si celano, dietro ai problemi, anche le storie più belle.

È stata da poco ammessa al Master in giornalismo presso la Berkeley University, un posto riservato solo a 60 studenti su 95'000 candidati. Come si sente ad aver passato una selezione così rigida e che cosa si aspetta da questa nuova sfida?
Devo ammettere che è stata una grande sorpresa, non me l’aspettavo e ne sono molto felice! Purtroppo a causa del Covid-19 la data della mia partenza è prorogata a febbraio 2021. Sto già seguendo lezioni e lavorando a progetti in remoto, ma il giornalismo è uno di quei lavori dove il contatto umano è ancora fondamentale. Non vedo l’ora di vivere la cultura, le tradizioni del Paese e di immergermi in questa nuova stimolante sfida. 


Quali sono i suoi obiettivi e dove si vede tra 10 anni?
Vorrei una carriera nel giornalismo investigativo, se non addirittura di guerra, lavorare a progetti importanti come i grandi giornalisti del passato e avere al mio fianco una troupe di colleghi fidati. Così, è come mi vedo da qui a 10 anni. 


 Saṃsāra - Parte 2
Reportage di Calcutta, India. A cura di Eleonora Bianchi

Alba nella città della gioia, strada con latrine a cielo aperto, cani sporchi, ratti enormi e russare di uomini addormentati sui marciapiedi. Un caffè, figurarsi. La modernità di Nuova Delhi da qui è lontana come la cima dell’Himalaya, ci si immerge negli slums di periferia. Lo splendore Bollywoodiano si è dimenticato di questa macchia di città, che fatica a riconoscersi parte di un mondo tutto diamanti e coreografie danzanti. La vita si riassume tutta ai bordi di strade senza nome, lavate solo dai monsoni annuali, in cui generazioni di intoccabili nascono, mendicano e si abbracciano la notte, per addormentarsi in sudici nugoli di smog. “Calcutta è la fogna dell’umanità” scriveva qualcuno. Percorrendo l’unico vicolo con un lampione funzionante, gli eroinomani accasciati a terra osservano smorzati i passanti. È in posti come questi che le sorelle di Madre Teresa, vengono a recuperare anime e corpi.

Sonu si sofferma ad osservare un talk show incastrato nel televisore di un’opaca vetrina, sognare fa bene a tutti, ma per gli indiani è crudele.

Se i volti schiariti dei presentatori TV li invitano a desiderare, basterebbe loro passeggiare davanti all’Oberoi Grand Kolkata per la dose di insulti necessaria a smettere di provarci. E se azzardi ad immaginare una società incorruttibile, i poliziotti che a fine mese raccolgono estorsioni ai malati che elemosinano ti riportano alla realtà. “Si diventa lebbrosi come si diventa tiranni: ereditarietà o contagio.” Forse a questo si riferiva Flaiano.

L’esperienza più romantica da fare in Sudder Street è attraversare Dharmatala per guardare il sole nascere sul fiume Hughly, figlio del Gange che si consegna all’oceano. Sonu dice che ci si può anche nuotare, se non si ha il ciclo Shiva non ha nulla in contrario.

Così ci si avvia nella città, che lentamente trova la forza di svegliarsi. Si ha la sensazione di muoversi sul set di un regista ubriaco che preferisce il colore alla logica. Chi espone i copertoni rubati in vendita, chi prepara Lassi di mango e cannella, chi si buca una vena, chi lava i figli in una bacinella. Un uomo si spazzola i denti mentre parla con un barbiere, distratto dalle risate di teppistelli che lanciano semi di rudraksha ai Tuc-Tuc incolonnati, a causa di una mucca che blocca il traffico. Tutti le suonano, nessuno la tocca.

A due passi dalla strada, il parco con le arroganti cupole del Victoria Memorial a spezzare il verde. S’impongono a ricordare quella che un tempo fu culla intellettuale, perla del Golfo del Bengala fino ai primi del novecento. Altri due passi e si viene investiti da esalazioni calde e fetide. Provengono da una delle quasi tremila baraccopoli sature di liquami putridi. Vivono induisti, buddisti, musulmani e cristiani ammassati insieme, non che abbiano scelta. Qui la religione non divide, ma la morte unisce. Si crepa di dissenteria, di lebbra, di peste. Carcasse in putrefazione e umidità opprimente rendono i conati di vomito cenni quotidiani.

Poi cambia. Un mercato di spezie all’angolo. È profumo di noce moscata, patchouli e ambra. È legno di sandalo. Sacchi di cumino e anice sorreggono pile di coloratissimi sari in seta. Un bambino suggerisce ai viaggiatori di far leggere la mano a sua madre, che compare da dietro una nuvola d’incenso Nag Champa con più anni in viso di quanti ci si possa aspettare. Sonu si versa in mano una manciata di semi di cardamomo e zucchero, sorride e se li butta in bocca. L’aroma impregna i pensieri: sarà bagno di sviluppo per i ricordi.

Scendendo la brughiera che porta al fiume, sui gradini del Gath si intravede la cenere di un funerale che cessa di fumare. Accasciata a terra, una donna in lino bianco e lacrime rasa i capelli a suo figlio. “Era suo padre, ora è con Kalì”, spiega Sonu.

Sale timido il sole, dipingendo la nebbia di rosa, come nei racconti di Terzani. Pace assoluta. Immergendosi fino ai fianchi, accarezzando il pelo dell’acqua con le dita, si percepisce l’unicità del momento. È magia. La sera un santone svelerà il motivo: da quattromila anni quel fiume accompagna i morti per ricongiungerli alla vita e dopo tredici giorni, le anime troveranno un corpo nuovo.



Samsara, reportage, Eleonora Bianchi
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