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Clinica Mobile, la seconda casa dei motociclisti - Intervista al direttore sanitario della Clinica Mobile, Michele Zasa

La Clinica Mobile, struttura sanitaria itinerante nata negli anni ’70, è da alcuni decenni considerata come una seconda casa dai piloti di moto. Una storia che è cominciata grazie a un’idea del dottor Costa, che ormai mezzo secolo fa, intuiva l’importanza del binomio moto e sicurezza. La celebre struttura medica è composta da un team di specialisti che si sposta in tutto il mondo durante le gare del Motomondiale e della Superbike, con il fine di prendersi cura della salute dei piloti. Una realtà che oggi, grazie a una particolare attenzione al tema della sicurezza a 360 gradi, ha aperto le porte a tutti i motociclisti, anche al di fuori delle competizioni. Dal 2014, il dottor Michele Zasa, ha preso la guida della Clinica Mobile succedendo il dottor Costa; in questa intervista ci ha spiegato come hanno gestito la struttura in tempi di pandemia, i loro progetti ma anche alcuni suggerimenti di prevenzione e preparazione per tutti i motociclisti per una guida più sicura in moto.

29 aprile 2021
Michele Zasa, Clinica Mobile

Lo scorso anno la pandemia ha colpito duramente anche il mondo delle corse, com’è stato gestire il lavoro, lo spostamento dello staff medico e i piloti in un periodo così difficile?
È stata certamente una grande sfida, soprattutto dal punto di vista logistico. Organizzare gli spostamenti di un mezzo sanitario in giro per il mondo in piena pandemia è stato forse più difficile e impegnativo rispetto al prendersi cura della riabilitazione dei piloti infortunati. Insieme a Dorna (organizzatore del Motomondiale), in occasione della prima ondata pandemica, abbiamo sviluppato un protocollo cautelativo – a tratti anche molto rigido - che ci permettesse di mantenere il programma di gare in sicurezza, seppur con un calendario rivisitato. Penso, guardando a ritroso la stagione di corse 2020, che nonostante le difficoltà siamo riusciti a gestire piuttosto bene la situazione, non molte altre organizzazioni sportive sono riuscite a portare avanti i propri campionati o eventi.

Nel corso del tempo la Clinica Mobile si è evoluta, non è più unicamente un centro per il trattamento di condizioni sanitarie acute ma anche un luogo di rilassamento, recupero e fisioterapia dopo le sessioni in pista. Quando è cominciato il cambiamento?
Negli anni ’70, quando da un’idea del dottor Costa nasceva la Clinica Mobile, la priorità era quella di prestare soccorso ai piloti in pista in caso di incidente, perché a quei tempi, la maggior parte dei circuiti non era organizzata con personale medico. Il cambiamento è avvenuto tra gli anni ’80 e ’90, quando i circuiti hanno poco a poco cominciato a organizzarsi con il proprio personale di pronto intervento a bordo pista. A quel punto, la Clinica Mobile ha gradualmente ridotto il personale sanitario d’emergenza lungo il tracciato, per focalizzarsi e concentrarsi su aspetti altrettanto importanti, come la riabilitazione e fisioterapia post infortunio e post allenamento.

Da quanto avete abbracciato l’idea di aprire la Clinica Mobile, tramite il Poliambulatorio di Piacenza, a tutti i motociclisti?
Quando è cominciato il mio mandato in Clinica Mobile nel 2014, c’era già l’idea di aprire - insieme al mio socio Guido Dalla Rosa Prati – un centro che potesse ospitare pazienti anche al di fuori del contesto sportivo. Dopo un periodo di studio per un’ottimale organizzazione aziendale, nel mese di febbraio 2018, abbiamo ufficialmente inaugurato il Poliambulatorio di Piacenza. Esattamente un anno dopo, nel 2019, abbiamo deciso di aprire un ambulatorio fisioterapico anche ad Andorra, un progetto che è stato accolto positivamente sia dagli abitanti del luogo che dai numerosi piloti del Motomondiale residenti in loco. Le due realtà sono nate con fini differenti, ad Andorra conduciamo anche una parte di lavoro sperimentale: abbiamo un simulatore di moto e abbiamo sviluppato un sistema di analisi posturali con sensori 3D. C’è un progetto di scambio tra i membri dello staff del Poliambulatorio di Piacenza e il centro fisioterapico di Andorra.

Quali sono gli infortuni più comuni tra i motociclisti che guidano in pista e quali invece quelli su strada? Esistono differenze?
Ci sono molte differenze e in merito abbiamo pubblicato alcuni lavori scientifici. Per chi va in pista, a differenza di molti altri sport, sono più frequenti gli infortuni da frattura piuttosto che lesioni muscolari tendinee e legamentose. I più comuni sono a: mano, polso, piede, caviglia e clavicola. Un altro comune infortunio da pista, ma che esula dalle fratture, è la lussazione nell’area delle spalle mentre per chi circola su strada – anche se anche se a tal proposito non ho un corrispettivo scientifico – vi è un’esposizione maggiore a traumi agli arti inferiori. A tal proposito, alcuni anni fa, abbiamo realizzato una campagna sui social network contro i «guard rail ghigliottina» schierandoci a favore della sicurezza dei motociclisti, in quanto, almeno qui in Italia, molte strade sono ancora pericolose per la categoria citata. In pista le cause d’infortunio sono per lo più imputabili a cadute ad alta velocità e a disarcionamento («highside»), per chi circola su strada invece, nonostante gli incidenti avvengano solitamente a velocità più basse, il rischio è superiore a causa della presenza di ostacoli fissi del traffico, alla mancanza degli spazi di fuga e anche alla possibile distrazione alla guida di altri utenti della strada. È comunque doveroso segnalare che negli ultimi anni, soprattutto da parte dei produttori di abbigliamento tecnico, è stato fatto un grande lavoro in termini di sicurezza, lo standard qualitativo delle protezioni è molto alto, basti pensare, per citare un esempio, alle giacche dotate di sistema airbag.

Quali consigli darebbe a chi circola solo su strada e desidera prevenire eventuali infortuni?
Consiglio prima di tutto, a tutti i motociclisti, di indossare un abbigliamento adeguato alla guida. È fondamentale proteggersi anche se si tratta solo dei 5 minuti di tragitto casa-lavoro, in quanto il rischio è sempre dietro l’angolo. Troppo spesso, occupandomi anche di interventi di emergenza per l’ente ospedaliero, vedo motociclisti che prendono sotto gamba questo aspetto, riportando maggiori danni fisici a causa dell’assenza di protezioni. Consiglio sempre di iscriversi, di tanto in tanto, ai corsi di aggiornamento della guida, perché aiutano a migliorare le proprie abilità e a conoscere le reazioni della moto. Suggerisco inoltre, per chi ama fare anche mototurismo, di non consumare pasti pesanti durante un viaggio, e nel caso, di prendersi il giusto tempo prima di rimettersi in marcia. Nel caso di una frenata d’emergenza ad esempio, una minore soglia dell’attenzione o la sensazione di stanchezza dovuta alla digestione, potrebbero portare a conseguenze molto gravi. È consigliato fare delle soste, sgranchire il corpo facendo qualche esercizio di stretching, ricordarsi di rimanere idratati e, anche se dovrebbe essere sottinteso, non bere alcol se si guida. Avere un corpo flessibile è molto importante e aiuta ad avere una migliore gestione di potenziali situazioni di pericolo. Il potenziamento muscolare, come anche una solida preparazione cardio, la consiglio invece solo per chi va in pista.

Qual è l’aspetto che le piace di più del suo lavoro?
Sono un grande appassionato di sport, mi hanno sempre affascinato il carisma e la mentalità dei professionisti e campioni di ogni disciplina, nello specifico, mi sono avvicinato al mondo dei motori grazie al compianto Ayrton Senna, che reputo, oltre a una leggenda della Formula1, anche una persona straordinaria. Ciò che mi entusiasma di più del mio lavoro, oltre a portare attivamente il mio contributo, è quello di essere costantemente a contatto con atleti di altissimo livello e poterne scorgere e studiare i tratti psicologici. È estremamente arricchente osservare il loro modo di prepararsi, di affrontare i problemi e di gestire la vita. La pista, in fondo, è un’ottima rappresentazione metaforica del percorso di sali e scendi che è la vita.

Ha un aneddoto o un ricordo che vuole condividere con noi?

Ce ne sarebbero davvero molti, in pista c’è un ambiente molto giovane e la simpatia non manca. Ricordo con piacere le risate e l’esuberanza del pilota inglese Cal Crutchlow, ma anche la grande passione e cultura musicale dell’italiano Andrea Migno, con il quale mi piace conversare sul tema. Una conoscenza musicale che il pilota Moto3 ha maturato fin da piccolo con il papà durante i viaggi per andare in pista. Penso alle conversazioni serali in Clinica Mobile con Franco Morbidelli, un pilota molto intelligente e riflessivo, oppure a Tony Arbolino, che ho conosciuto per caso dopo un grave incidente quando, da piccolo, correva nel Campionato spagnolo. Da quel momento mi ci sono affezionato, l’ho invitato l’anno seguente al Mugello in occasione della gara del Motomondiale, e vederlo ora – a distanza di anni - vicecampione del mondo Moto3 mi fa davvero piacere. In occasione di quello spiacevole episodio di pista, avevamo scattato una foto insieme, era molto piccolo, lo scorso anno ne abbiamo scattata un’altra, ora da pilota professionista.






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