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Ritrovare la propria felicità viaggiando in bicicletta

La storia di Yuri Monaco

23 settembre 2020
Giro del mondo in moto

Le vacanze estive hanno da poco lasciato spazio agli impegni scolastici e professionali, i pomeriggi trascorsi a prendere il sole in riva al lago e le sere passate a contemplare i colori di un tramonto in spiaggia sono ormai solo piacevoli ricordi. In questa edizione vi vogliamo riportare per un attimo in viaggio, con una storia coraggiosa e avvincente, quella di Yuri Monaco, 29enne della Capriasca, autore del blog «Lento e bello – cronache semiserie di viaggi in bicicletta». La storia di Yuri è cominciata una sera di alcuni anni fa, mentre, sdraiato sotto ad un cielo stellato, rifletteva sulla propria vita. In quell’occasione, per la prima volta si è reso conto di provare un forte senso di insoddisfazione, dovuta a una quotidianità che non gli apparteneva più. Di lì a poco, la scelta di licenziarsi dal proprio lavoro per seguire la propria bussola interiore, quella che lo avrebbe portato a percorrere migliaia di chilometri in giro per il mondo in solitaria. Yuri ci ha spiegato quali sono stati i luoghi che lo hanno affascinato maggiormente e come è cambiata la sua vita da quando, la sua felicità, è diventata la sua più grande priorità.

Sul suo blog scrive che la scelta di viaggiare in bicicletta è nata da un profondo senso di insoddisfazione personale. Quando ha capito che viaggiare sarebbe stata la soluzione per ritrovare la serenità?
È stato il frutto di un processo durato molto tempo. Tempo fa, terminata la scuola reclute e ritornato da un soggiorno linguistico di tre mesi negli Stati Uniti, trovai un lavoro presso un ufficio del luganese come centralinista. Accettai quel posto ammaliato dallo stipendio, ma ben presto cominciai a sentirmi frustrato. A fine mese puntualmente «bruciavo» i soldi in cose futili con il solo scopo di alleviare l’insoddisfazione di quella vita. Quando iniziai a capire le dinamiche che si erano create, presi consapevolezza che non avrei né potuto né voluto continuare in questo modo e che, se non avessi intrapreso un cambiamento, sarei rimasto succube a vita di questa situazione ed il solo pensiero di potermici abituare mi terrorizzava, così mi licenziai e intrapresi una nuova formazione. Dovetti ricominciare a capo. Avendo smesso di lavorare e non avendo risparmiato nulla iniziai a vivere solo con lo stretto necessario. Basta discoteche, vestiti nuovi, telefono nuovo, basta ristoranti. Basta futilità. Mi resi conto ad ogni cosa superflua eliminata, trovavo altro superfluo da togliere e questo mi faceva stare sempre meglio. Capii infine che non ero io a possedere le cose, bensì erano le cose a possedere me; più me ne liberavo più leggero e sereno mi sentivo. È probabilmente in questo periodo che per la prima volta mi sono sentito padrone della mia vita. Decisi di tracciare da solo il mio sentiero, cercando di ascoltare le mie necessità e dandogli assoluta priorità. Per quanto riguarda il viaggio in bicicletta, iniziai quasi per caso. Partii in bicicletta da Lugano assieme ad una amica e andammo fino in Val Bregaglia per una colonia estiva di cui eravamo monitori. Ci mettemmo due giorni ad arrivare e una settimana a riprenderci dagli acciacchi, ma fu meraviglioso. Provai un tale senso di soddisfazione, di appagamento e di libertà che non provavo da molto, troppo tempo. Sentivo che il connubio viaggio-bicicletta poteva essere la via da percorrere.

Negli ultimi anni ha pedalato per decine di migliaia di chilometri, in Europa, in Asia e di recente anche in Sud America. Quali sono gli insegnamenti che ha colto viaggiando?
Sarò banale, ma tra tutti gli insegnamenti che ho colto viaggiando ce n’è uno che li riassume e li accomuna tutti: ho imparato che il mondo è un posto meraviglioso e che le persone che lo popolano lo sono ancora di più.
Ho vissuto sulla mia pelle la bontà incondizionata delle persone nonostante le enormi differenze socio-culturali. Ho imparato a vedere la bellezza e la ricchezza nella diversità di ognuno di noi. Il bambino che vive in un piccolo paesino senza corrente elettrica, ha lo stesso sogno di qualunque bambino ticinese così come il sogno di un anziano iraniano è che un giorno possa esserci pace tra musulmani e cristiani. Viaggiando in località remote e lontane dal turismo di massa ho imparato che ci sarà sempre qualcuno disposto a condividere un posto a tavola, un materasso o un angolo di giardino per piantare la tenda. Il mondo è un posto bellissimo e vederlo in sella ad una bicicletta mi ha creato una bellissima dipendenza.

Si dice che chi viaggia in solitaria impara a conoscere se stesso. Cosa ne pensi di questa affermazione?
Condivido questa affermazione in buona parte, sicuramente mi sono conosciuto più in viaggio che nel resto della mia vita. Da un lato trovo che la solitudine favorisca sicuramente l’introspezione e questo trovo sia uno degli aspetti più belli ma allo stesso tempo difficili con cui convivere, specie all’inizio. Mi sono reso conto, viaggiando in solitaria, di quanto non fossi più abituato ad ascoltarmi. Non avevo mai il tempo di rapportarmi intimamente con me stesso perché in un modo o nell’altro avevo sempre la mente occupata. Ho avuto momenti molto forti e talvolta difficili nella solitudine; vivendo in uno stato di completa libertà e autodeterminazione, la mente iniziava a scavare e a far riemergere emozioni e sentimenti dimenticati, se non addirittura repressi. Nel mio caso il cambiamento è stato un processo lungo e laborioso e sicuramente anche questi momenti di introspezione hanno contribuito a forgiare sempre più questa idea di vita. Tuttavia credo che la conoscenza di sé stessi passi sempre attraverso l’altro, nonostante l’introspezione aiuti molto in questo senso. Credo che il nostro vero specchio risieda nelle altre persone perché è quando ci relazioniamo con qualcuno che mettiamo in gioco il nostro modo di essere e di pensare. Lo scambio costante con persone sconosciute, di lingua e cultura completamente diverse, mi ha permesso di conoscere aspetti di me che ancora non conoscevo. Viaggiare mi ha aiutato ad aprirmi verso gli altri e a cercare il contatto con le persone del posto.

Che cos’è che non deve mai mancare nello zaino prima di ogni partenza?
Resto dell’idea che tutto è utile ma nulla è indispensabile. All’inizio viaggiavo molto pesante poiché credevo di aver bisogno di tutto, con il tempo e l’esperienza ho visto che anche riducendo tutto al minimo c’è sempre qualcosa di cui si sarebbe potuto fare a meno. Se proprio dovessi menzionare qualcosa però, non partirei mai senza la mia tenda. La tenda per me è sinonimo di libertà assoluta. Trascorrere la notte a contatto con la natura e i suoi ritmi, è qualcosa di impagabile. Questa è la versione più romantica dei fatti, ma la tenda mi dà anche quella sicurezza psicologica di protezione quando decido di fermarmi in luoghi poco appartati come parchi giochi o scuole.

I viaggi intrapresi l’hanno sicuramente portata ad affrontare numerose insidie, tipiche del viaggiatore con lo zaino in spalla. Quali sono stati i momenti più difficili? Ci sono stati dei momenti durante i quali ha avuto paura?
Viaggiare in questo modo porta inevitabilmente a vivere ogni momento in maniera molto intensa perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Ma in fondo è proprio questo il bello. Il momento più difficile è stato sicuramente quando, dopo due mesi di quarantena completamente isolato nel Sud del Cile, ho preso l’ardua decisione di tornare a casa con l’ultimo volo in partenza dal Cile e accantonare così il mio sogno di attraversare le Americhe dalla Patagonia all’Alaska. Rientrare prematuramente in Ticino dopo aver fatto dei sacrifici e tornare alla routine dalla quale volevo allontanarmi è stato difficile, ma d’altronde è un brutto periodo a livello globale. Per quanto riguarda la paura, non scorderò mai quando in Bulgaria, a mia insaputa, montai la tenda all’interno del territorio di due sciacalli. Sentii dapprima dei versi inquietanti, poi li vidi a pochi metri mentre stavo preparando la cena. Dal momento che non si intimidirono nemmeno quando mi avvicinai urlando e con in mano un bastone, mi rifugiai nella tenda e vi rimasi dentro per dodici ore, sveglio, sentendoli camminare a pochi metri da me.

Quali sono le nazioni visitate che l’hanno colpita maggiormente? Ha un aneddoto che ricorda con piacere da condividere con noi?
Sicuramente l’Iran. Un paese meraviglioso come la gente che lo popola. Quando dopo tre mesi di viaggio stavo giungendo alla frontiera iraniana ebbi paura. Mi vennero in mente le notizie della televisione e le reazioni catastrofistiche delle persone alle quali avevo detto che ci sarei andato da solo in bicicletta. Poco prima della frontiera un’auto iraniana si fermò davanti a me, scesero delle persone che mi regalarono dolci e sigarette in segno di benvenuto. Passata la frontiera mi fermarono almeno dieci volte dei militari che, armati fino ai denti, mi salutarono toccandosi il cuore con la mano destra (un tipico gesto locale di ringraziamento e saluto). Quello stesso giorno, arrivato a Khoy, fui fermato da un signore lungo la strada, mi invitò a cena e a trascorrere la notte sotto il suo tetto. C’era tutta la sua famiglia. Dormii a casa loro per tre notti e l’ultimo giorno mi regalarono un paio di pantaloni eleganti. In Iran le persone sono molto ospitali, mi trovavo infatti a dover rifiutare inviti a cena di perfetti sconosciuti, solo perché avevo già detto di sì a qualcun altro. Ogni giorno trovavo braccia tese dai finestrini delle auto, che mi lasciavano in dono frutta, dolci e sigarette. Mentre scrivo ricordando questi momenti, ho una fitta al petto e gli occhi colmi di lacrime per l’emozione.

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