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Un tuk-tuk, 3’400 chilometri e un viaggio indimenticabile

Dopo averli presentati sul numero di dicembre, abbiamo incontrato Sara e Fabio, alias India Böötle, al rientro dalla Rickshaw Run 2026: una corsa non competitiva che li ha portati ad attraversare l’India passando per villaggi remoti e passi montani, a bordo di un veicolo che non supera i 55 km/h. In due settimane hanno affrontato imprevisti meccanici, paesaggi mozzafiato, situazioni esilaranti e momenti di pura umanità. E grazie a una raccolta fondi lanciata prima della partenza, hanno devoluto oltre CHF 3’500 a progetti solidali legati all’ambiente e al sostegno delle comunità locali.

26 febbraio 2026

Dopo oltre 3’000 chilometri in tuk-tuk, che impressione vi ha lasciato l’India vissuta fuori dal turismo di massa, chilometro dopo chilometro?

In realtà abbiamo sfiorato i 3’400 km, quindi ben oltre le aspettative! Ogni chilometro è stato un’avventura a sé, sempre con il sorriso e la voglia di scoprire. Vedere l’India da un tuk-tuk, attraversando luoghi fuori dai percorsi turistici, è stato un modo autentico per conoscere il Paese. Da sud a nord abbiamo notato grandi differenze: nei paesaggi, nelle persone, nel modo di interagire. Al sud, ad esempio, l’approccio era più timido, introverso, mentre al nord la gente era più espansiva e diretta, anche nel chiedere foto o una mancia. Gli sticker del nostro team sono diventati la valuta di scambio!

C’è stato un momento preciso in cui avete realizzato davvero la portata dell’impresa che stavate affrontando?

Probabilmente al secondo giorno, quando ci siamo ritrovati a percorrere 27 tornanti in salita, dietro a bus e camion, circondati da scimmie ai bordi della strada. Lì abbiamo capito che non sarebbe stato semplice e che ogni scelta di percorso poteva trasformarsi in una sfida.

Qual è stata la tappa o l’incontro che più vi ha colpiti lungo il percorso?

Ce ne sono stati tanti, ma uno dei giorni più memorabili è stato attorno al terzo o quarto giorno. La giornata è iniziata male, con rumori strani dal motore e la ricerca urgente di un meccanico. Eppure, proprio in quella difficoltà, abbiamo incontrato persone gentili che ci hanno aiutato senza chiedere nulla in cambio. Lo stesso giorno abbiamo ricevuto una multa “negoziabile” dalla polizia, pranzato benissimo in un ristorante dove nessuno parlava inglese, e guidato per errore nel mezzo di un cantiere tra due scavatrici. Una giornata surreale, piena di alti e bassi!

Il tuk-tuk vi ha accompagnati senza troppi problemi o ci sono stati momenti critici da gestire?

Qualche piccolo problema c’è stato, come il malfunzionamento iniziale del rubinetto della benzina (abbiamo successivamente scoperto che era stato montato al contrario), la frizione da sistemare e quella che si è poi rivelata essere solo una vite da stringere. Ma eravamo abbastanza preparati: avevamo un piccolo kit di emergenza con olio, candela di riserva e qualche attrezzo. In un’occasione, un’intera officina specializzata in tuk-tuk ci ha accolti e riparato il mezzo in pochi minuti, solo vedendoci arrivare.

Come avete affrontato l’assenza di un percorso prestabilito e la mancanza di assistenza? Vi siete mai sentiti persi?

Persi mai, anche perché in India c’è sempre un benzinaio ogni 5 km. Anche nelle zone più sperdute, c’era sempre un punto di riferimento. La sera prima sceglievamo la direzione da prendere il giorno dopo, spesso a cena, con Google Maps alla mano. Avevamo una e-SIM locale con connessione dati e, nei tratti dove non funzionava, bastava seguire la strada. Ci siamo adattati in fretta. E avere con noi il Libretto ETI del TCS, con la copertura viaggi valida anche in Asia, ci ha sicuramente rassicurati. Sapevamo che, in caso di imprevisti seri, non saremmo stati soli.

Che reazioni avete ricevuto dalle persone incontrate lungo la strada? 

Tantissime! Io, con baffi e taglio da vero indiano, passavo quasi inosservato, mentre Sara attirava ogni sguardo: una donna occidentale alla guida di un tuk-tuk in campagna era una visione rara. In tanti ci chiedevano foto, ci salutavano, ci fermavano per chiacchierare o offrirci da mangiare. Una volta un signore ci ha persino pagato la cena senza dire nulla, solo per gentilezza.

Che ruolo ha giocato la vostra complicità come coppia in un’esperienza così intensa?

Fondamentale! Nonostante un inizio un po’ travagliato (Fabio malato il primo giorno e Sara alle prese con le marce), abbiamo trovato il nostro equilibrio. Uno guidava, l’altro controllava la mappa, passava acqua, musica, snack. Abbiamo migliorato la comunicazione e rafforzato la nostra sintonia. Alla fine, diciamo sempre: altro che terapia di coppia, fate un viaggio in tuk-tuk!

C’è qualcosa che questa esperienza vi ha insegnato su di voi, sul mondo, sul viaggio? Con il senno di poi, che cosa avreste organizzato diversamente? 

Forse avremmo portato meno bagagli, molte cose non sono servite, e magari avremmo distribuito meglio le tappe. La realtà è che tornando indietro non cambieremmo nulla, la lezione più grande è infatti stata che i piani, per quanto curati, non vanno mai come previsto e va benissimo così.

Ora che siete rientrati, come guardate a questo viaggio? La considerate una parentesi unica o il primo passo verso nuove avventure?

Avevamo già vissuto esperienze avventurose singolarmente, come il Ticino (Sara) e il Perù a piedi (Fabio), oppure un viaggio insieme in van in Portogallo, ma questa è stata di un altro livello. Possiamo dire che è stato il primo ingrediente di una nuova ricetta. Qualcosa sta già bollendo in pentola...

La vostra avventura ha anche un’importante componente solidale. Siete riusciti a raggiungere l’obiettivo di CHF 3’500.- da devolvere a Cool Earth e alla Fondazione Arcobaleno?

Sì, grazie al sostegno di tantissime persone, amici, parenti ma anche sconosciuti. Durante il nostro viaggio, abbiamo visitato un centro per donne e bambine disabili in India, supportato proprio dalla Fondazione Arcobaleno. L’accoglienza che ci hanno riservato è stata indimenticabile. Come gesto simbolico, abbiamo lasciato loro la bandiera firmata da tutti i nostri sostenitori.

Cosa consigliereste a chi desidera intraprendere un’avventura di questo genere?

Usare la testa, avere pazienza e... preparare lo stomaco! Il cibo è molto speziato. Serve anche un po’ di preparazione mentale: ci saranno momenti difficili, ma la voglia di andare avanti e trovare soluzioni è fondamentale. E anche se pensate di essere poco pronti, potreste scoprire che lo siete più di altri. Il nostro tuk-tuk ha fatto 3’400 km. Con un mezzo così, e con lo spirito giusto, tutto è possibile.

E le amicizie lungo la strada?

Durante il viaggio abbiamo stretto legami con partecipanti da tutto il mondo, in particolare con un team italiano con cui abbiamo condiviso più tappe. Ma l’incontro più curioso è stato con la madre di un concorrente neozelandese: ci seguiva ogni giorno su Instagram, inviandoci messaggi di incoraggiamento senza che il figlio lo sapesse! All’arrivo, abbiamo regalato al figlio la nostra bandana ufficiale come segno di riconoscenza.

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